Il blog di Gianluca Guidi Fotografo | Nel segno di Italo. Capitolo II
556
post-template-default,single,single-post,postid-556,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-9.3,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Nel segno di Italo. Capitolo II

Con grande felicità mi è arrivato il secondo racconto del mio amico Italo, scritto come al solito in maniera impeccabile.

Dopo Lipari (http://blog.guidigianluca.com/nel-segno-di-italo/) è arrivato il momento del Messico, godetevi il racconto di Isla Mujeres tutto per voi.

Come al solito pubblicherò qualche mio scatto coerente con la sua storia, purtroppo non ho mai visitato il luogo che racconta, vi mostrerò qualche immagine realizzata nello Yucatan che trovo in qualche modo adatta.

Isla Mujeres

Nella loro isola alcune donne avevano una attività molto particolare. Si perché a Isla Mujeres una parte degli abitanti erano poverissimi pescatori che nella stagione delle aragoste si arricchivano improvvisamente e non trovavano niente di meglio per festeggiare che sbronzarsi pesantemente. Allora potevi assistere a una specie di danza, che durava tutta la notte, dove gruppi di uomini barcollanti menavano colpi all’aria nel vano tentativo di allontanare le proprie mogli che li tallonavano da vicino. Queste, pronte e coordinate, non appena un borracho crollava a terra o spandeva al vento manciate di banconote lise e dal misero valore che volavano via da rotoli di pesos tenuti malamente in tasca, si avventavano rapidamente spalleggiandosi una con l’altra a recuperare parte del bilancio famigliare prima che finisse tutto in alcol. Non c’era disperazione e tanto meno disperazione in queste piccole e tonde donne indios ma una accettazione della fatalità quasi divertita, sicuramente consapevole.
Del resto questa lingua di sabbia bianca immersa nel turchese del Mare dei Caraibi era intrisa di fatalismo.
Quando un parassita portato nel vento da Cuba aveva attaccato e distrutto il palmeto che proteggeva le piccole abitazioni sulla spiaggia, i loro occupanti giravano nella notte spaesati con fogli di carta di giornale in mano senza sapere più dietro cosa ripararsi per fare i propri bisogni. Anche quella fatalità fu accettata fino alla ricrescita delle piante utilizzando il mare come il bagno che nelle capanne non c’era.

Ma forse la massima espressione del fatalismo isolano sta nelle parole di Pedro che ci accompagnò orgoglioso al delizioso tempietto Maya abbarbicato sugli scogli della punta estrema dell’isola. Il mare lo stava inesorabilmente sgretolando e di fronte al nostro stupore risentito per la mancanza di un qualsiasi intervento protettivo rispose: “No, porque? Es la fuerza de la naturalezza!”.

2 Comments
  • italo campagnoli
    Posted at 16:07h, 13 febbraio Rispondi

    Scelta di immagini azzeccata come sempre. Scatti bellissimi, evocativi dello spirito che pervade quelle terre.
    Bravo Gianlu!

    • Gianluca Guidi
      Posted at 18:53h, 13 febbraio Rispondi

      Grazie Italo, non era facile reggere il confronto con il tuo bellissimo racconto:) Preparati per la puntata di marzo!!!

Post A Comment