Il blog di Gianluca Guidi Fotografo | Nel segno di Italo capitolo III
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Nel segno di Italo capitolo III

Il treno è straordinario. È uno strumento per attraversare il paesaggio e cascarci dentro. È un vero mezzo di trasporto, infatti non ti obbliga alla guida, ha spazi ampi dove spesso ti ci puoi muovere. È un luogo di incontro dove è difficile non entrare in comunicazione con gli altri. I nuovi treni, quelli costosi e superveloci hanno quasi del tutto perso queste caratteristiche, sono un po’ come gli aerei dove al massimo parli con quello di fianco e ogni volta che ti alzi c’è qualcuno che sbuffa per farti passare.
I primi treni li ho frequentati per andare in Piemonte, prima a fare il militare e poi a lavorare. Erano affollatissimi, negli scompartimenti la notte il riscaldamento cuoceva assieme odori forti di salamelle, caciotte, piedi e sigarette. Nei corridoi non si stava meglio e bisognava andarci con il cappotto d’inverno e la canottiera d’estate. Sulla testa incombevano valigie di cartone talmente gonfie da essere legate con lo spago, chi si spostava da sud a nord e viceversa si portava dietro di tutto. Una volta ho visto quattro ragazzi bestemmiare e sudare per caricare addirittura una stufa di ghisa e ogni volta che sbattevano in qualche angolo risuonava tutto il treno. Situazioni colorate e divertenti che ho ritrovato in tutto il mondo, continuando a viaggiare in seconda classe e dove possibile in terza. In Messico quando gli enormi vagoni, sempre aperti, affrontavano una salita su impressionanti ponti di legno, rallentavano talmente tanto che potevi scendere a sgranchirti le gambe camminando a fianco del convoglio. In Perù per andare a Machu Pichu utilizzando il “treno degli indios”, che costava dieci volte di meno di quello “dei turisti”, dovevi chiedere al controllore di far fermare il treno al km 88 e venivi lasciato lungo la ferrovia in prossimità di un carrello sospeso a un cavo d’acciaio su un burrone, aspettavi che qualcuno ti tirasse dall’altra parte mentre terrorizzato stavi aggrappato al trabiccolo aperto su tutti i lati. In Cina si mangia si fuma e si butta tutto in terra mentre delle signore fanno avanti e indietro a spazzare la sporcizia; non vi dico cosa sono i bagni… In India compravi il biglietto e poi vedevi se riuscivi a salire se no venivi rimborsato e provavi con il treno successivo. I vagoni si riempivano all’inverosimile e quando non c’era più il minimo spazio si chiudevano le porte, allora da fuori qualcuno cominciava a bussare e piangendo raccontava la sua storia e, si sa gli indiani sono buoni, la porta si riapriva e ti schiacciavi contro gli altri oltre l’inverosimile. Invece in Monzambico facevi una tratta poi scendevi e salivi su un autobus sgangherato ma con scorta armata che ti portava alla prossima stazione utilizzabile, il che significava che la tratta esclusa passava in territorio infestato da bande armate.
Oggi se non hai la ricchezza del tempo ma sola quella del portafogli, viaggi sui Freccia Rossa o Italo e non ci sono tante puzze e affollamento incontrollato, però tutti lavorano alacremente sui loro portatili e parlano ad alta voce con capi, sottoposti, faccendieri e amanti, così arrivi a destinazione come eri partito, solo un po’ più stanco e infastidito, senza storie da raccontare. Chissà forse gli ultimi treni locali zeppi di pendolari e immigrati portano ancora qualche puzza buona e qualche bella storia.

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